«Dobbiamo mobilitarci»: la testimonianza di José Nivoi e Luca Viani. L’appello del Calp a fermare import/export verso Israele

In un affollatissimo Circolo CAP il racconto dei due genovesi rilasciati dopo il sequestro in acque internazionali della Global Sumud Flotilla. José Nivoi descrive torture, umiliazioni e carenze sanitarie. Salis: «Ci hanno messo la faccia e non solo quella. Aspetto con impazienza anche il ritorno di Queirolo Palmas». Riccardo Rudino (Calp) rilancia: «Continuiamo a bloccare le navi e a far rispettare la legge»

Sala piena, forti emozioni e parole dure ma precise: ieri al Circolo CAP si è svolta una conferenza stampa e assemblea pubblica con i due genovesi rilasciati dopo il sequestro della Global Sumud Flotilla in acque internazionali. A parlare davanti a una folta platea sono stati soprattutto José Nivoi, portuale e attivista del Calp, e Luca Viani, entrambi direttamente coinvolti nella spedizione; a chiudere l’incontro è intervenuto Riccardo Rudino per il Calp, con un appello politico chiaro e atti concreti da perseguire.

L’iniziativa ha voluto dare voce alle esperienze vissute in prima persona e a un messaggio politico: non limitarsi alla denuncia, ma trasformare il racconto in mobilitazione permanente. Molti i cittadini, attivisti e rappresentanti di realtà sociali presenti per ascoltare, porre domande e progettare prossime iniziative.
«Confusione, rabbia e responsabilità»: la testimonianza di José Nivoi
José Nivoi ha preso la parola con visibile emozione e ha spiegato fin da subito il senso del suo intervento: “Passare dalle giornate in mare a giorni in un carcere speciale usato come veicolo di propaganda ti confonde la percezione della realtà e del tempo. Vi chiedo scusa se sembro confusionale, è l’emozione”. Ha poi aggiunto di trovarsi “incazzato nero” per quanto vissuto, ma fermo nella volontà di rendere pubblica l’esperienza.
Nivoi ha descritto, in termini crudi ma misurati, la catena di eventi: la partenza dal basso, la raccolta dei beni e il trasporto delle merci, la solidarietà di tante realtà (inclusi giovani e cittadini di porti come Portopalo), fino agli attacchi subiti in mare. «Dopo l’attacco dei droni — ha raccontato — la paranoia era altissima: abbiamo subito esplosioni che hanno ferito compagni, colpito le imbarcazioni e reso la navigazione drammatica. Non era solo pericolo fisico: venivano messe in atto manovre per interrompere le comunicazioni e impedirci di chiedere soccorso».
Sull’arrivo a terra e sulla detenzione, Nivoi ha denunciato misure umilianti e carenze sanitarie: «Siamo stati messi in ginocchio, bendati, schedati in modo massiccio e tenuti in condizioni disumane: celle sovraffollate, scarse forniture d’acqua, cibo di qualità dubbia e accesso ai medicinali negato in alcuni casi. Un uomo anziano nel mio stesso spazio aveva bisogno di ossigeno e non gli è stato garantito il farmaco salvavita. Le donne, ha aggiunto, hanno subito condizioni particolarmente dure».
Il portuale del Calp ha inoltre contestato il comportamento del rappresentante diplomatico italiano incontrato a Tel Aviv: «L’incontro è stato brevissimo e in una sorta di recinto: non ci è stata fornita nemmeno l’acqua. Il consolato, secondo la nostra esperienza, non ha garantito la tutela che ci aspettavamo».
Il portuale ha voluto sottolineare infine il nesso tra mobilitazione pubblica e sopravvivenza della missione: «La pressione dal mare verso la terra, le manifestazioni e la solidarietà hanno giocato un ruolo decisivo. Le mobilitazioni hanno permesso che oggi potessimo raccontare questi fatti e che qualcuno dei compagni sia tornato sano e salvo. Non è però una questione solo personale: quello che abbiamo vissuto è la minima parte di ciò che subiscono i prigionieri palestinesi da decenni».
Le parole di Luca Viani: un’iniziativa “nata dal basso”
Anche Luca Viani ha preso la parola per chiarire il proprio ruolo: «Non faccio parte di sigle sindacali o organizzazioni internazionali: sono stato contattato in luglio dal Global Movement come esperto velista e mi sono imbarcato come force mate. L’iniziativa è nata dal basso: persone che hanno messo tempo, lavoro e anche il posto di lavoro in gioco». Viani ha descritto il trasferimento dal porto al carcere come «uno dei momenti più duri»: «Lì abbiamo subito temperature estreme, bendaggi, mancanza d’acqua; è stato psicologicamente pesante».
Entrambi hanno raccontato anche la solidarietà concreta incontrata durante il viaggio: tante persone, in porti come Portopalo, si sono offerte volontarie per aiutare senza chiedere nulla in cambio, evidenziando il legame mare-terra alla base dell’operazione.



L’appello politico del Calp: blocchi, osservatorio e stop agli scambi militari
A prendere posizione con parole nette è stato Riccardo Rudino del Calp (collettivo Autonomo Lavoratori Portuali), che ha collegato la vicenda individuale a questioni strutturali e politiche: «Quello che è successo non può rimanere un fatto circoscritto: lo colleghiamo all’assedio sulla Palestina e alla complicità di flussi commerciali e militari. Noi continueremo a chiedere il fermo di ogni tipo di import e export verso Israele e a sostenere azioni per bloccare le navi con armamenti».
Rudino ha rilanciato due obiettivi concreti e prioritari per il Calp:
- istituire e sostenere un osservatorio permanente che verifichi il rispetto della normativa (richiamando la legge 13/5/90 che disciplina l’esportazione di armamenti verso aree belligeranti);
- promuovere e sostenere iniziative volte al fermo del traffico commerciale e militare verso Israele, fino a quando non saranno rispettati i diritti umani e il diritto internazionale.
Nel corso dell’assemblea Rudino ha denunciato inoltre la persistente funzionalità dei traffici commerciali collegati alla produzione bellica e ha esortato la cittadinanza e le forze politiche a esercitare pressioni sulle istituzioni e sugli attori economici (armatori, imprese della difesa, operatori portuali) affinché venga interrotta ogni fornitura che alimenta il conflitto.
La testimonianza come leva politica
La serata al Circolo CAP ha messo a fuoco due aspetti collegati: la gravità delle esperienze personali raccontate dai rilasciati — tra umiliazioni, privazioni e violenze psicologiche — e la dimensione politica della risposta richiesta da movimenti e cittadinanza. José Nivoi ha chiuso con un appello alla responsabilità collettiva: «Non è il momento del disinteresse. Abbiamo la responsabilità verso migliaia di civili e bambini che continuano a vivere questa condizione: mobilitarsi è un obbligo».
Il Calp ha annunciato la prosecuzione delle iniziative: campagne di denuncia, proposte legislative e azioni coordinate per ottenere il blocco dei traffici di materiale bellico e il rispetto del diritto internazionale. Nei prossimi giorni dovrebbero essere comunicate nuove date per presidi e assemblee pubbliche a Genova e in altre città.
La conferenza al Circolo CAP non è stata dunque solo la testimonianza di chi è tornato: è un punto di partenza per chi chiede che quei racconti diventino strumenti di pressione politica e sociale.
Salis: «Bentornati. Aspetto con impazienza anche il ritorno di Queirolo Palmas»
«Sono davvero felice di poter dare il bentornato a Genova a José Nivoi e Luca Viani. E aspetto con impazienza anche il ritorno di Pietro Queirolo Palmas. Li ringrazio per la loro grande testimonianza di umanità, per aver portato con coraggio e orgoglio il messaggio partito dalla nostra città il 30 agosto e per averci messo la faccia e non solo quella». Così la sindaca di Genova, Silvia Salis, rivolgendo un saluto agli attivisti della Global Sumud Flotilla. «Mi auguro che il grande sostegno internazionale al popolo palestinese e alla missione della Flotilla possa essere determinante per arrivare quanto prima a una pace giusta, senza più dover vedere bambini che muoiono di fame – prosegue la prima cittadina – Mi spiace non essere riusciti a organizzare un saluto di persona già in queste ore, ma sono certa che anche a breve le occasioni non mancheranno. Grazie e bentornati a casa».


Devi effettuare l'accesso per postare un commento.